Santa Grata

SANTA GRATA

Le antiche “Passiones” documentano la sua presenza sul luogo del martirio di Sant’Alessandro, del quale compose il corpo mortale avviandolo a sepoltura. La sua testimonianza evangelica raccontata da grandi autori medievali come Mosè del Brolo e Pinamonte da Brembate.

 

Considerata, con Sant’Alessandro, la “compatrona” della Diocesi e della terra di Bergamo, Santa Grata è colei che, sul luogo della decapitazione del vessillifero della Legione Tebea, ne raccoglie i resti mortali avviandoli alla sepoltura. Con questo semplice e devoto gesto, la nobildonna Grata entra a pieno titolo nella storia della cristianità bergamasca. La sua vicenda e la sua testimonianza evangelica sono giunte fino a noi trasmesse da antichi luoghi di culto (la chiesa di Santa Maria Vecchia, il monastero benedettino di Santa Grata in Columnellis, la chiesa parrocchiale di Santa Grata Inter Vites), da immagini (si pensi gli affreschi duecenteschi custoditi nello stesso cenobio benedettino), da documenti storici (le diverse versioni delle Passiones) e da due opere fondamentali della storiografia orobica, e non solo: il Liber Pergaminus di Mosè del Brolo e il Legendario del Beato Pinamonte da Brembate.

Troviamo le primissime notizie su Grata tra le righe delle narrazioni delle antiche Passiones che illustrano il martirio di Sant’Alessandro (la decapitazione sarebbe avvenuta il 26 agosto del 298, anche se altre ipotesi suggeriscono l’anno 287 o nel biennio 303-305, nella fase conclusiva della dominazione di Diocleziano e Massimiano). La Passio Sancti Alexandri di Bonino Mombrizio documenta in poche, ma importanti righe la presenza di Grata sul luogo del martirio di Alessandro: “Il servo gli tagliò la testa. Poi, una certa matrona castissima di nome Grata, sopraggiunta alcuni giorni dopo, raccolse il suo corpo con animo lieto, e lo pose in un piccolo podere di sua proprietà, non lontano dalle mura della città di Bergamo”.

Attorno alla figura di Grata, il racconto orale non si è risparmiato nel consegnare ai cronisti, nel corso dei secoli, materia sufficiente per imbastire biografie e aneddoti di singolare bellezza e di grande contenuto spirituale. Nella straordinaria Legenda Sanctae Gratae – documento conservato presso il monastero benedettino – Pinamonte da Brembate (1200 ca – 1271 ca) ricostruisce i passaggi della vita di Santa Grata, indicandola quale modello di religiosità femminile. Figlia del duca Lupo e di Adleida, Grata fin da fanciulla si distingue per nobiltà d’animo, umiltà, purezza di spirito, bellezza, onestà, grande attenzione ed amore per il prossimo. E’ attratta dagli ideali e dai principi diffusi da una nuova religione, il cristianesimo, che si richiama al Vangelo, alla vita ed al messaggio di Gesù. Grata è la prima persona ad accorrere sul luogo del martirio di colui che la terra di Bergamo venererà poi come patrono. Insieme alla fidata Esteria e ad altre persone amiche procede a dare degna sepoltura ai resti mortali di Alessandro, tumulato in gran segreto in un terreno fuori della cinta muraria cittadina, sui colli della città.

Ma le vicende legate a Grata non si esauriscono con la sepoltura del martire Alessandro e con la fondazione della basilica sul luogo del sepolcro. Nel suo Legendario, Pinamonte narra una singolare serie di fatti legati alla sfera miracolosa e prodigiosa ed afferma che Dio operò molti miracoli per i meriti di Grata, la quale visse con grande umiltà tutta questa abbondanza di grazie, in un cammino scandito dalla carità evangelica, dall’ amore per i poveri e gli ultimi, ai quali lei dedicherà ogni attimo della propria vita e “cossì ogniuno amando era da tuti amata”. Una testimonianza che, dopo la morte della nobildonna – seppellita tra le mura di quell’ospedale che lei stessa aveva costruito – vedrà sbocciare una catena di prodigi.

Secondo la storiografia, i resti mortali di Grata – spirata nell’anno 307, stando a quanto riportato nella “Enciclopedia dei santi” (www.santiebeati.it) – rimarranno sepolti fuori le mura della Bergamo antica, in Borgo Canale, fino al secolo XI, presso la chiesa edificata all’interno dell’ospedale fondato dalla nobile matrona. Il primo documento che attesta l’esistenza di una chiesa e di una devozione a Grata risale al secolo VIII, e fa riferimento al contenuto del testamento steso dal nobile gasindio Taidone prima di partire per la guerra contro Carlo Magno.

In Borgo Canale, le reliquie della compatrona di Bergamo rimasero fino all’anno 1027 quando vennero solennemente traslate all’interno delle mura della città, nella chiesa di Santa Maria Vecchia (o Santa Maria Vetere, la cui fondazione è attribuita alla madre di Grata, Adleida) attorno alla quale poi si svilupperà il complesso architettonico dell’attuale monastero di Santa Grata in Columnellis ( alle Colonnette), considerato uno dei più antichi cenobi benedettini d’Italia, sicuramente della Lombardia.

Le fonti storiche sottolineano come il biennio 2016-2017 sia di particolare importanza per l’antico cenobio benedettino e per la devozione a Grata. Cadono infatti gli anniversari dell’adozione della Regola benedettina (1026), della traslazione del corpo di Santa Grata da Borgo Canale (1027) e della riapertura del Monastero (1817) dopo la soppressione a seguito delle leggi della Repubblica Cisalpina. Infine, stando alla più diffusa tradizione, cadrebbe anche il 1710° anniversario della morte di Grata (307), la “matrona castissima” che, dopo il martirio del cristiano Alessandro, ne “raccolse il suo corpo con animo lieto, e lo pose in un piccolo podere di sua proprietà, non lontano dalle mura della città di Bergamo”.

(Autore: Roberto Alborghetti).

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