Storia del monastero

Ubicato sul bastione a mezzogiorno della città, privilegiato dalla salubrità dell’aria e da una vista dominante la pianura lombarda dove gli sfavillanti tramonti esaltano la contemplazione ed il ringraziamento, il monastero di S. Grata, fondato in epoca longobarda, secondo la leggenda, formatasi in periodo medioevale, risalirebbe addirittura ai tempi di Santa Grata (circa secolo IV).

L’introduzione nel monastero della Regola di San Benedetto avvenne, conformemente alla tradizione, nell’anno 1026 per merito dell’Abbadessa Donna Officia.

Ciò permette di affermare che il monastero femminile di S. Grata, ancor oggi fiorente, è tra le più antiche e costanti presenze benedettine in Lombardia.

DDS_5679Da una veneranda memoria sappiamo che, il primo maggio 1027, dalla vicìnia di Borgo Canale fu traslato in questo monastero, dal vescovo Ambrogio II (1023 -1057), il corpo di Santa Grata, da cui prese il nome; in antico si chiamava di Santa Maria vetere.

Santa Grata è una figura preminente tra i Santi bergamaschi. Ella fu sollecita ad accrescere il numero dei credenti in Cristo, prodiga di robe e cure verso il povero, esempio di benignità e pazienza. Santa Grata è legata al martirio di Sant’Alessandro, Patrono della città e della diocesi di Bergamo, perché provvide alla sua sepoltura nei propri poderi in Borgo Canale, dove poi sorsero: la nostra prima chiesa (la Basilica alessandrina, che fu rasa al suolo nel 1561 dai veneziani per far posto alle Mura), centro della fede che andava diffondendosi fra noi; un ospedale ed una cappella (“Santa Grata inter vites”), nella quale vennero custodite le spoglie della Santa.

La festa di Santa Grata è celebrata dalla chiesa di Bergamo il 12 maggio di ogni anno : ne fanno particolare ricordo le Madri, ma anche i fedeli, rinnovando la devozione verso la nostra prima Santa che, con Sant’Alessandro, è stata per secoli compatrona della città.

Il monastero fu oggetto di particolari privilegi dei Papi: Leone lX (1052), Urbano III (1186), Gregorio IX (1235), Innocenzo VIII (1490), Clemente VII (1523), Paolo III (1534); ebbe giurisdizione e diritti su altri monasteri e godette concessioni speciali, così da poter continuare le pratiche di culto al suo interno anche in caso di interdetto generale della città. Nell’archivio del monastero si conservano le bolle papali originali con sigillo pendente di piombo: …signatum…et sigillatum sigillo plumbeo pendenti cum cordula canapis more solito Romanae Curiae…”.

Il monastero, quanto a numero di monache, è sempre stato, nel contesto locale bergamasco, notevole. Indubbiamente esercitò una sua attrattiva sulle famiglie più nobili cittadine.

Dopo il Concilio di Trento (1545 -1563), primeggiò nell’integrità claustrale e la sua vita proseguì senza interruzioni di sorta sino verso la fine del 1700, nell’alternanza della preghiera, del lavoro, dello studio, della carità. I gravi avvenimenti, che sconvolsero l’Europa negli ultimi anni del secolo XVIII e agli inizi del nuovo, ebbero forti ripercussioni sugli Ordini religiosi. Infatti, quando sopraggiunse l’ondata della rivoluzione francese, il monastero subì due soppressioni: la prima nel 1798, la seconda nel 1810. Ecco come sono narrati quei tristi avvenimenti nelle memorie manoscritte del monastero: “…6 novembre 1798, l’annuncio fu dato alle monache riunite in refettorio dal marchese Solza, il quale con sommo cordoglio lesse il decreto di soppressione che includeva l’ordine di abbandonare il luogo entro pochi giorni. Il buon cavaliere incaricato contro sua voglia ad una sì dolorosa ispezione, n’ebbe tal sentimento, che mentre ciò stava annunciando ebbe a svenire.”

DSCF0230Nel monastero si trovavano in quei giorni 32 Religiose Corali, 10 Converse, tutte professe e, ormai da quattro mesi, 10 monache professe, pure benedettine, del monastero di S. Benedetto perché soppresso il 2 luglio. Il patrimonio del monastero assommava a Lire 1611740 costituito: da Pertiche 3765.-1/2 di terra che sono stimate del valore di lire correnti 1436740. ; da un Capitale investito al 3 p. 100 consistente in lire 175000…”. Partite le nostre monache (che trovarono asilo presso le proprie famiglie o parenti), il monastero venne spogliato di tutti i suoi beni e adattato ad ospedale per le truppe francesi, ma durò pochi mesi in quanto i ricoverati vi morirono.

L’anno seguente, “…il giorno 24 aprile 1799, li Francesi furono costretti partire da queste Provincie cacciati quali lupi rapaci da un branco di Cosacchi Moscoviti precedenti l’Armate Austro-Russe, che la notte susseguente occuparono tutta questa Città e Borghi…”. Quindi, le monache di S. Grata presentarono un’istanza per ottenere il permesso di rientrare nel monastero. L’imperatore Francesco I accolse la richiesta e con un decreto del 13 agosto 1799 ne fece gratuito dono. Al loro ritorno nell’anno 1800, i francesi ripresero possesso del monastero disponendone immediatamente la vendita e proibirono alle monache ogni regolare esercizio e disciplina monastica, anche se fu ad esse concesso di continuare a vivere nel cenobio, che, dopo varie vicende, potè dalle stesse essere ricomperato l’11 marzo 1805 con la somma di Lire 102.866 e Soldi 13.

Tuttavia sopraggiunse la seconda abolizione, come si ricorda nelle memorie:”… 10 maggio 1810, oggi si è pubblicato il Reale Decreto del giorno 25 aprile p.p. di soppressione di tutte le Corporazione Regolari dell’uno e dell’altro sesso; e noi ancora siamo state consigliate a dimettere l’abito monastico e vestir da secolari…”.

In quella circostanza il monastero patì il saccheggio di una grande quantità di oggetti di valore, il sequestro delle più importanti opere d’arte della chiesa e la dispersione di molte memorie manoscritte, sottratte dall’archivio.

Le riforme napoleoniche condussero alla secolarizzazione dei beni monastici, che quasi sempre avevano reso autonomi economicamente i monasteri, ed all’annullamento di quasi tutte le istituzioni ecclesiastiche, con particolare durezza di quelle dedite alla vita claustrale. L’accusa che si muoveva al monachesimo era quella di essere socialmente poco utile, tant’è vero che all’inizio del XIX secolo, la vita monastica era ufficialmente scomparsa dalla Lombardia.

Con la caduta di Napoleone e l’instaurazione della dominazione austriaca, le Madri inoltrarono una serie di suppliche, che furono esaudite, finalmente, nel 1817.

Il monastero benedettino di S. Grata si vivificò così per primo sui numerosi istituti religiosi soppressi nella nostra diocesi. Recitano le cronache: “…8 Dicembre, questo fu giorno di grande letizia pel nostro Monastero il quale fu in oggi ripristinato, per grazia dell’imperatore d’Austria, informa solenne dal Vescovo di Bergamo Mons. Gian Paolo Dolfin…”. La concessione di Francesco I esigeva però che le monache dovessero applicarsi all’educazione ed all’istruzione erigendo una scuola esterna per le giovani fanciulle della città. Questo educandato fu, in seguito, molto frequentato ed apprezzato. Ma dopo 113 anni di attività, nel 1930 si chiuse per desiderio delle suore e venne introdotta la clausura papale, che perdura tuttora.

Questa silente e fervida cittadella è stata onorata da Papa “Giovanni XXIII”, soprattutto nel tempo in cui l’allora Don Angelo Roncalli era segretario particolare del vescovo di Bergamo Mons. Giacomo Maria Radini Tedeschi (1905-1914) e direttore della “Casa dello studente” in Via San Salvatore.

Il monastero di S. Grata è certamente la più antica espressione bergamasca della vita consacrata femminile e fu quello che maggiormente influì sulla vita cittadina.

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