8 dicembre 2017, ore 10:00
Celebrazione eucaristica presieduta dal
Rev.mo P.Gregory Polan OSB
abate primate della Confederazione benedettina

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L’ECO DI BERGAMO

GIOVEDÌ 7 DICEMBRE 2017

Santa Grata, tanti secoli di storia nel segno della carità cristiana

Bicentenario. Un ciclo di incontri con grandi studiosi per ricordare il ruolo del monastero più antico di Bergamo, ripristinato l’8 dicembre 1817. In città il primate benedettino Gregory Polan

«Otto dicembre 1817. Questo fu giorno di grande letizia pel nostro Monastero, il quale fu in oggi ripristinato, per grazia dell’Imperatore d’Austria suddetto [Francesco I], essendo Vescovo di Bergamo Monsignor Gian Paolo Dolfin». Come leggiamo in una «memoria» dell’epoca, dopo molte vicissitudini in quella data le benedettine di Santa Grata poterono finalmente «rimettere in uso» il loro monastero in Città Alta, che in precedenza era stato vittima delle soppressioni napoleoniche. Per i 200 anni di tale evento – ma anche per approfondire il ruolo che il monastero più antico di Bergamo ebbe nella vita religiosa e civile della città – è stato predisposto un programma ricco di presenze importanti, con il titolo generale «Santa Grata in Columnellis nel bicentenario del suo “ripristino”, 1817-2017». Si inizierà domani alle 10, nella solennità dell’Immacolata, con una celebrazione eucaristica presieduta da padre Gregory Polan osb, abate primate della Confederazione benedettina; gli altri incontri proseguiranno fino all’8 dicembre del 2018, secondo un calendario che può essere scaricato dal sito internet www.monasterobenedettinesantagrata.it. Tra i relatori – il prossimo 12 maggio – c’è anche Mariarosa Cortesi, professore ordinario di Filologia medioevale e umanistica all’Università di Pavia, che ha collaborato all’organizzazione di questa iniziativa. Membro dell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Bergamo, la professoressa Cortesi ha studiato a lungo i documenti relativi alla storia del chiostro di Santa Grata: «È difficile – spiega – determinare storicamente le origini del monastero, che era situato ai margini della cinta muraria della città romana. L’esistenza di una chiesa e di un culto a Grata, la matrona cristiana che, secondo la tradizione, aveva dato sepoltura al martire Alessandro, è documentata già nell’VIII secolo, poiché nel testamento di un nobile longobardo si nomina appunto “Santa Grata inter Vites”, oggi in via Borgo Canale. Risalgono al X secolo le prime menzioni di un monastero chiamato di “Santa Maria Vetere”, mentre nella documentazione di metà del secolo XII è riconosciuto come di Santa Grata, nell’attuale via Arena, dopo che vi era stato traslato il corpo della santa da Borgo Canale, con la conseguente dedicazione della chiesa».

In quale epoca avvenne la traslazione? «La storiografia locale colloca questo evento al 1027, ma nessun documento suffraga tale data; più prudentemente, potremmo parlare della metà dell’XI secolo: lo conferma una nota su un manoscritto di quel periodo e appartenuto al monastero. Accolti i resti di Grata all’interno della città, in una chiesa edificata in suo onore, la comunità monastica si impegnò poi a rafforzare i rapporti con il papato – da cui dipendeva direttamente –, con il capitolo di Sant’Alessandro e ad ampliare e consolidare il proprio patrimonio, che comprendeva ad esempio terreni in Albegno, Calvenzano e Grassobbio».

Quale ruolo ebbe, nel Duecento, la badessa Grazia di Arzago? La si descrive come una donna di alta spiritualità, ma anche di grandi capacità «manageriali». «La badessa volle imprimere un forte slancio alla vita spirituale e rinnovarla anche nelle sue forme visibili: tentò, invano, di recuperare le reliquie di una compagna di Grata, Esteria, che erano custodite nella Basilica Alessandrina. Inoltre, Grazia d’Arzago commissionò a un domenicano, Pinamonte da Brembate, il racconto scritto della vita di Grata, la santa alla quale si facevano risalire le origini del cristianesimo in Bergamo e la stessa presenza significativa del monastero nella città. Tale memoria scritta avrebbe dovuto animare e ravvivare la devozione delle consorelle, offrire loro consolazione, esortarle all’emulazione degli ideali evangelici della castità e della carità, di cui Grata era stata modello ineccepibile. Ancora riguardo alla pratica della carità: è significativo che Grazia d’Arzago si fosse iscritta, insieme a sette sue monache, nella matricola femminile della Mia, la Misericordia Maggiore di Bergamo, il cui statuto era stato redatto proprio da Pinamonte, premuroso sostenitore dei poveri e generoso benefattore del Consorzio».

Dopo l’età napoleonica e il «ripristino» del monastero nel 1817, come si configurarono i rapporti tra le benedettine di Santa Grata e la città di Bergamo? «L’imperatore Francesco I, in cambio della sua concessione, aveva chiesto alle monache di aprire un “educandato” per le giovani, ospitandole e istruendole. Questo istituto fu molto frequentato, ma dovette poi chiudere, nel 1930, per mancanza di insegnanti validi che attirassero l’utenza. Le monache tornarono così alla “clausura papale”, nella forma più rigorosa, senza per questo troncare i rapporti, a livello religioso e culturale, con la società circostante. Ancor oggi, le benedettine di Santa Grata concretamente applicano il motto inciso su un cartiglio di pietra, sopra il portone d’ingresso del monastero: “Non ore orandum solo”, non si deve pregare solo con le labbra».

GIULIO BROTTI

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